|
Da Villa, all’origine
borgata di Gavardo. La zona fu abitata sin da epoche
remotissime, come dimostra la stazione preistorica del Monte
Covolo in cui furono trovati reparti del Neolitico superiore
(3.000), assieme ad altri rinvenuti a livelli medi ed alti della
stratificazione: ceramiche, punte di freccia ovalari e
cordiformi risalenti a 2.500 anni prima di Cristo. Testimonianze
galliche e romane vennero alla luce in zona Campagna, al
"Bus del Bò", in Monte Magno (tomba romana): tutto il
materiale si può ammirare al Museo del Gruppo Grotte Gavardo. L’antica
strada gallica, poi romana, attraversava il Chiese a Tormini sul
Ponte Pier.
I più lontani insediamenti furono probabilmente sul Monte
Covolo e continuarono per secoli, come attestano i resti della
più antica Chiesa ancora visibili sul versante che degrada
verso il Garda: si tratterebbe di S. Zenone, forse di epoca
longobarda, o di poco successiva; lo si ricava dalle
caratteristiche dei ruderi attribuibili al primo romanico. Altro
nucleo assai remoto, quello di Valverde.
Il primo documento sull’esistenza di Villanuova risale al
1253: nel libro dei possidenti di Gavardo, che dovevano rendere
ragione al Vescovo di Brescia, compare tale Garoella di
Villanuova. In un documento dell’11 aprile 1496, attestante
lascito di un prato, è ricordata la chiesa di S. Agata "hora
chiamata S. Matteo". Giustamente il Cocca osserva:
"sorprende il fatto che per un prato situato nel territorio
di Villanuova, con due contraenti pure di Villanuova, la stesura
dell’atto di compra vendita sia avvenuta a Prandaglio. Questo
può portarci a pensare che Prandaglio fosse a quel tempo più
importante di Villanuova".
La borgata fu capellania della pieve di Gavardo e, dagli inizi
del XV secolo, aspirò al riconoscimento di parrocchia. Nel
citato documento del 1496 è accertata l’esistenza della
chiesetta di S. Mattesche in precedenza si chiamava S. Agata;
pertanto si può ritenere che tale costruzione fosse sorta molto
tempo prima.
Fu S. Carlo Borromeo, il 12 novembre 1580 (ritenendo giuste le
richieste della delegazione di Villanovesi che si erano recati a
presentare la supplica nel convento di S. Domenico in Brescia,
dove aveva la residenza come visitatore apostolico), a decretare
la costituzione di una nuova parrocchia ponendola sotto la
protezione di S. Matteo apostolo. L’abitato contava allora 450
anime circa.
Fra gli eventi di quel secolo, drammatica l’invasione dei
lanzichenecchi durante la guerra tra Carlo V e la Francia
(1521-1559); comandati da Giorgio Fronsberg e diretti a Roma
scesero dal Tirolo in diciottomila, più quattromila
avventurieri e tremila donne al seguito, come racconta il
Nassino, che nel 1527 era Vicario della Quadra di Gavardo.
Passato il Chiese "assaltarono il Monte Magno"- scrive
il Nassino- e scesero a Gavardo " al desdotto de novembre
il qual dì era lo giorno de lunedì de sera". Non
trascurarono di razziare le abitazioni incontrate sulla propria
strada, quelle di Villanuova e Prandaglio.
Da oltre un secolo la borgata era entrata a far parte della
Quadra di Gavardo con l’avvento della Repubblica veneta
(1426). Proprio un rettore della Serenissima, il da Lezze,nel
1610, lasciò una descrizione, oggi documento importante: "
Villanuova terra picciola parte in monte e parte in piano (…)
de fuoghi n. 50. Anime 500 de quali utili 100 (…). Una fusina
del Commun dove si fabbricano chiodi, alcune altre fusinette de
particolari, dove fanno altri chiodi et si mantengono in quell’esercizio
molte persone della terra. Nobili bresciani non hanno beni, ma
Mons. Ill.mo Vescovo di Brescia in quel territorio ha due grosse
possessioni. Contadini principali: li Bonifici, li Tiboni, li
Comini, li Costi. Chiesa di S. Matteo officiata da un prete con
entrada de 50 scudi in patronato del Comune. Non vi è disordine
nella terra, ma le persone muoiono quietamente".
Nel 1630 la peste dimezzò la popolazione. Nella sua breve nota,
il parroco del tempo, don Gio. Batta Faustini, scrisse che il
primo a morir di peste fu Gio.Maria Turi detto il Longo e in due
anni morirono 200 tra "Huomeni et done". All’inizio
del Settecento, un’altra calamità: la presenza degli eserciti
stranieri in guerra per la successione al trono di Soagna. Nel
1705, Eugenio di Savoia, al comando dei soldati tedeschi
imperiali, pose il campo a Gavardo. Le popolazioni dei paesi
vicini furono obbligateai rifornimenti, e non poche furono le
violenze compiute, soprattutto dai francesi che si scontrarono
con i soldati imperiali.
Seguirono anni di pace in cui fiorì l’economia. Nell’
Estimo Mercantile del 1750 risultarono funzionanti a Villanuova
due fucine, ambedue di Gio.Battista Usmarini di Gavardo di cui
una esercitata da Baldassar Aderenti e un mulino della
comunità. Nel 1771 era attivo il setificio di Carlo e Fratelli
Lolli, dotato di 40 fornelli; "le filaresse"lavoravano
con attenzione, producendo una seta perfetta per
"finezza".
Sulla fine del secolo il paese subì le conseguenze dello
scontro tra l’armata napoleonica e gli austriaci. Nella
battaglia del 29 luglio 1796 i francesi ebbero la peggio e prima
di ritirarsi a Salò fecero saltare la passerella sul Chiese;
Villanuova, abbandonata, fu saccheggiata dagli austriaci che
sfondarono anche il campo trincerato di Bostone.
Tramontato l’astro di Napoleone e passato il territorio sotto
il dominio austriaco(1814), si ebbero alcuni anni di grande
impegno per la comunità. Il paese, che nel 1805 era stato
aggregato a Gavardo con decreto di Napoleone I, tornò
nuovamente autonomo nel 1816.
La vicenda risorgimentale vide la partecipazione dei Villanovesi,
come attesta la motivazione della medaglia commemorativa
assegnata alla Municipalità di Brescia "a perenne ricordo
che alcuni terrazzani di Villanuova S/C presero parte attiva
alla gloriosa insurrezione bresciana delle giornate del 1849, le
X giornate.

Il ritorno alla patria coincise con ulteriori progressi
economici: nel 1883 sorse il Cotonificio Ottolini. "Riceve
la forza del Chiese – scrisse il Solito – con bel canale che
comincia sopra Tormini a tre chilometri di distanza; è animato
da perfettissime fabbriche inglesi e svizzere; è illuminato da
luce elettrica con due dinamo di sistema Schwam, lavora giorno e
notte e dà guadagno a circa 400 operai". Poco dopo, nel
1890, sorse a Bostone il Lanificio di Gavardo (proprio sul
confine fra i due paesi) "vasto, elegante, sul modello dei
congeneri esteri, è provveduto da macchinario perfezionato e
dà lavoro a circa 400 operai", scisse ancora il Solito, il
quale ricordò ancora la buona fama del setificio
Varisco-Civatti.
Superate anche le difficoltà della guerra 1915-1918, che vide
impegnate le popolazioni nell’assistenza alle retroguardie (il
fronte era, come noto, al Ponte Caffaro ed a Limone; Villanuova
ebbe ben 42 caduto), nel 1924 si pensò alla costruzione di una
nuova chiesa che meglio rispondesse alle cresciute esigenze
degli abitanti affidando il progetto all’architetto Egidio
Dabbeni. La prima pietra fu posta il 4 novembre 1928 e fu aperta
al culto il 18 luglio 1943. L’anno dopo i terribili
bombardamenti: il 2 novembre 1944 furono colpiti, allo scalo
ferroviario di Tormini, alcuni vagoni carichi di tritolo,
provocando tremenda deflagrazione; una seconda incursione si
ebbe il 17 novembre 1944 e una terza il 18 febbraio 1945.
PRANDAGLIO. Da
pre-vallium, davanti alla valle o dal nome personale romano
Prandalius. Nel XII era chiamato Prandalii. E’ costituito da
una serie di località sparse sulle pendici del Monte Renico.
Scarse le informazioni sull’antico borgo; i primi insediamenti
si ebbero sicuramente in epoche lontane. Si resse autonomamente
da Villanuova sul Clisi.
Le notizie fornite dal da Lezze nel 1610, ci sembrano tra le
più rilevanti:"Prandalio, terra in monte confina con Valle
Sabbia, con Boarno di Riviera, non più lontano di due miglia e
mezzo da Gavardo, de fuoghi n. 60, anime 400 de quali utili 120,
di circuito di un miglio confinando anco con Villa nova,
Sopraponte et Valio. Si estende il territorio per per lunghezza
mezzo miglio et dui per larghezza essendo la campagna magra per
essere in monte, et di poco utile, facendosi però buon vino et
li campi più buoni valgono L. 300. Vi sono qualità di boschi,
dove si cavano legne da far carbone d’abbruggiare et da opera,
si chiamano la Selva, summano in tutto piò n. 1000et la
campagna arrativa è di piò n. 400 di raggione del Commun et de
particolari". Il da Lezze ricorda, tra i contadini
principali i Pasoni, i Tubini, i Palii, " non vi sono
nobili che habbino beni in questo territorio. Chiesa di S.
Filastrio curata da un prete con entrada de 10 scudi cavati
dalla campagna. San Pancrazio, officiata qualche volta, chiesa
piccola fuori dalla terra un miglio. Chiesa della Madonna della
Neve (…). Un molino con tre ruode del Commun, posto sopra le
acque del fiume Chies, che passa d’appressola terra. Una
rassegna di raggion come sopra".
Il da Lezze segnala le chiese della borgata, sicuramente parte
della pieve di Gavardo. La parrocchia nacque probabilmente nel
XVI secolo. Antico il santuario della Madonna della Neve, di
linee semplici, attribuibile al XV secolo. Il primo ricordo
della chiesettasi trova negli atti della visita apostolica del
vescovo Bollani compiuta nel 1466. Il Guerrini ipotizza che sia
stato eretto sopra una piccola grotta a difesa della Vallesabbia.
La parrocchiale di S. Filastrio fu consacrata nel 1546, e forse
sistemata nel Seicento, come si può osservare dalle linee
architettoniche.
Di rilievo il palazzo secentesco di Renico, recentemente
trasformato in residence. In Questa borgata, ebbe il comune di
Prandaglio sino al 1928.
Tratto da
"Il Bresciano"
|